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RecensioniSpettacoli

“Il vangelo secondo Antonio” mette alla prova gli spettatori del Teatro Rendano

Domenica 27, in pomeridiana, è un appuntamento meno formale del solito, la platea è più disinvolta e si respira un’aria familiare, in un teatro meno gremito ma più interessato. Si dà in scena un lavoro che tratta una tematica sociale complessa, la malattia dell’Alzheimer, “Il vangelo secondo Antonio“,  scritto ed intrepretato da Dario De Luca e Matilde Piana (Segue)

È la storia di un sacerdote del sud, energico, fattivo, sempre dalla parte dei deboli, della sua quotidianità divisa con la sorella Dina che gli fa pure da perpetua, e col diacono Fiore (Davide Fasano), giovane di mentalità più conformista e docile. Ma il suo destino è presto minato dalla malattia che inesorabile lo annulla. La consuetudine quindi viene ad essere stravolta dal dramma che colpisce lui, inconsapevole, ma sopratutto, come dice Dina, coloro che gli stanno vicino, i familiari appunto, che vedono spegnere la mente del congiunto giorno dopo giorno, toccano in prima persona  la perdita della dignità e lo smarrimento, nella loro drammatica e dolorosa rassegnazione. Forse è questa la chiave di lettura più interessante e veritiera del progetto teatrale, la vittima non è il sacerdote Angelo, o almeno non completamente, ma la sorella Dina (segue)

La difficoltà del testo sarebbe evidente per qualunque attore ed a qualunque livello, ma la compagnia, anche se si concede qualche compiacimento di troppo e sovente calca la mano sulla drammaturgia già assai presente, è efficace e concretamente fedele alla realtà. Il dolore si tocca in tutte la scene e lo spettatore è spesso messo alla prova, al limite del lecito, nel sostenere il carico emozionale che ne deriva. Perché uno spiraglio di speranza non c’è, non c’è via di fuga o lieto fine, Dina si consumerà nella sua missione di accudire il fratello e Fiore troverà nel nuovo incarico di vicario del vescovo una risoluzione opportunista alla sua carriera. (Segue)

Il teatro in fondo è anche questo, l’importante che lasci traccia.

Aldo Piro